Manifesto — Aprile 2026
Il glitch è umano.
C'è una storia che ci stanno raccontando da un paio d'anni, e suona così: l'intelligenza artificiale arriverà, automatizzerà il lavoro, sostituirà i mediocri, premierà i bravi, libererà tempo per le cose importanti. È una storia ben scritta. Ha protagonisti carismatici, numeri impressionanti, un'estetica futurista pulita. Manca solo una cosa: gli esseri umani.
Non ci sono, nelle slide dei keynote. Ci sono workflow, agent, automazioni end-to-end, productivity boost del trecento percento. Le persone compaiono come sagome, sullo sfondo, con la testa china sul laptop. Sono il problema da risolvere, non la ragione per cui esiste tutto il resto.
Glitch nasce qui. Nasce dall'irritazione di sentirsi spiegare l'intelligenza artificiale da chi non ha mai aperto la porta di una piccola impresa italiana. Da chi vende corsi di "AI per imprenditori" senza aver mai seduto a un tavolo con un imprenditore vero — uno di quelli che ha cinquantacinque anni, dodici dipendenti, un fornitore che non risponde alle mail e una figlia che vorrebbe entrare in azienda ma forse no. Da chi tratta l'EU AI Act come un fastidio invece che come la prima cosa seria che l'Europa abbia detto sull'intelligenza artificiale negli ultimi cinque anni.
Glitch è il rumore in macchina.
È quello che non torna nel quadro. È la voce che dice: aspettate, prima di automatizzare tutto, ci siamo ricordati che dall'altra parte c'è una persona che dovrà capire cosa sta succedendo, e perché?
Lo dico chiaramente, perché tutti girano intorno: l'intelligenza artificiale, oggi, non è intelligente. È statistica applicata su scala industriale. È utile, è potente, è una delle invenzioni più importanti degli ultimi trent'anni. Ma non pensa, non capisce, non vuole. Pensare, capire, volere sono ancora cose nostre. E la sfida non è quanto presto possiamo fare a meno di noi stessi — è quanto bene possiamo lavorare insieme.
Per fare questo bene, ci sono quattro cose che la narrazione corrente sbaglia, e che Glitch rifiuta.
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Sbaglia nel raccontarci che l'AI sostituirà l'umano. Non lo farà, perché non sa farlo, e quando ci prova produce risultati che chiunque abbia lavorato dieci minuti in azienda riconosce per quello che sono: scorciatoie eleganti che ignorano il contesto. Il lavoro sostituibile è quello che già non vuole fare nessuno. Tutto il resto richiede giudizio, relazione, responsabilità — tre cose che non si delegano a un modello statistico.
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Sbaglia nel vendere l'AI come una scorciatoia. In Italia abbiamo già una generazione di consulenti che ha promesso ai dirigenti delle PMI miracoli digitali per dieci anni: trasformazione digitale, omnicanalità, marketing automation, growth hacking. La maggior parte non ha funzionato perché non poteva funzionare — i miracoli non esistono, esiste il lavoro fatto bene. L'AI venduta come miracolo è la prossima ondata di delusioni programmate.
Glitch dice no.
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Sbaglia nel trattare le regole come un nemico. L'EU AI Act è imperfetto, articolato, in alcuni punti farraginoso. È anche la prima vera presa di posizione politica di un'area economica grande quanto gli Stati Uniti sul fatto che l'intelligenza artificiale non è solo un prodotto, è un'infrastruttura sociale. L'AI literacy obbligatoria per chi usa sistemi AI in azienda — l'Articolo 4 — non è una scocciatura. È il riconoscimento che le persone hanno il diritto di capire le tecnologie che decidono al posto loro.
Glitch sta dalla parte di chi vuole capire.
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Sbaglia, infine, nel parlare un linguaggio che esclude. La narrazione AI italiana è ancora ostaggio di un piccolo gruppo di tecnici che usano parole come "embedding", "RAG", "agentic workflow" senza tradurle. Le PMI italiane non sono stupide — sono semplicemente impegnate a far funzionare l'azienda. Se l'AI vuole entrare nelle PMI deve imparare a parlare la loro lingua, non il contrario.
Il glitch è la traduzione mancante.
C'è una parola latina che continuo a portarmi dietro: virtus. Non significa virtù in senso morale, significa potenza, capacità, forza propria. In digitali nova virtus — nel digitale c'è una nuova forza. Ma quella forza non è dell'AI. È nostra, quando impariamo a usarla bene. È nostra, quando decidiamo dove applicarla e dove no. È nostra, quando manteniamo il diritto di dire: questo lo decido io, non l'algoritmo.
Glitch non è una community ancora, non è un'azienda, non è un partito. È una posizione. È la posizione di chi crede che la prossima fase dell'intelligenza artificiale non si giocherà sulla potenza dei modelli, ma sulla qualità con cui le organizzazioni umane sapranno integrarli. Sulla pazienza con cui formeranno le persone. Sull'onestà con cui ammetteranno cosa l'AI sa fare e cosa no. Sulla cura con cui scriveranno regole d'uso che proteggano sia il valore del lavoro sia la dignità di chi lo fa.
Se questa cosa risuona, sei già parte del rumore. Non c'è da iscriversi, non c'è da firmare. C'è solo da continuare a fare domande scomode quando tutti applaudono. C'è da pretendere chiarezza quando ti vendono magia. C'è da ricordarsi, ogni giorno, che il glitch è umano — e che senza di noi, là dentro, non c'è nessuno.
— Glitch
Chi
Glitch è scritto da Stefano Andrello, AI Strategist e fondatore di Noscite. Ha pubblicato tre libri sull'intelligenza artificiale e l'umanesimo digitale:
- «Restare umani — Guida all'intelligenza artificiale per chi non vuole smettere di pensare»
- «Il Futuro non è scritto — Memorie di un'Intelligenza Artificiale»
- «L'Intelligenza Artificiale in Pratica — Guida critica per educatori e professionisti»
Il sito personale è stefanoandrello.me.